Misteri regali

O Rei, Il Re.
Pelé.
L’uomo capace di fare questa cosa qui in una semifinale di un Mondiale.

Sempre pensato (e agito di conseguenza) che le finte di corpo siano quelle in cui la classe fa più bella mostra di sé. Messico ’70, Brasile-Uruguay 3-1: un lancio di Tostão in una partita agli sgoccioli diventa un momento storico dello sport. Pelé alla fine non realizza nemmeno uno dei tre gol, ma il portiere dal tipico nome uruguaiano, Mazurkiewicz, ancora sta cercando di capire l’accaduto, lassù nei cieli dove rimugina da gennaio dell’anno scorso. Nel frattempo, nell’altra semifinale, atmosfera da lounge bar: Italia-Germania 4-3 (d.t.s.). Poi ti chiedi perché quello è ancora considerato da molti il Mondiale per eccellenza.
Non è neanche il suo vero nome Pelé, ma si sa che in Brasile ci sono portati, per i soprannomi. È quasi un obbligo culturale, vista la prolissa formazione degli antroponimi lusofoni. All’inizio lo zio Jorge lo chiama Dico – da pronunciare GICU – e così la mamma, la novantenne vedova Dona Celeste, lo chiama ancora. Immagino fosse un vezzeggiativo per il nome vero, Edson, che nel certificato di nascita è Edison in onore del noto inventore (l’elettricità era da poco giunta in casa), ma i genitori la “i” volevano toglierla davvero, per dare originalità. Succede che dal suo nome una sillaba ne genera una di rinforzo, e il ragazzo l’originalità se la trova per altre vie. E succede anche che un giorno a Minas Gerais, stato del sudest del Brasile, il padre Dondinho (sì, soprannome anche questo, no, non è offensivo in maniera allegra) se lo porta agli allenamenti della sua squadra, il Vasco de São Lourenço, e il piccolo Dico comincia a incitare il portiere che gioca col papà, Bilé – ovvio, soprannome di José Lino. Costui il proprio nomignolo se lo era procurato quando verso i due anni, ancora incapace di parlare, fu sottoposto a numerose sedute magico-medico-esoteriche sotto la luna piena, e dopo svariate settimane aveva proferito questa parola tentando di emulare una formula pronunciata dalle curatrici, che evidentemente qualcosa di magico ce lo doveva avere davvero.
Ma Dico inizia a pronunciare il nome differentemente….qualcosa tipo Pilé, e quando si trasferisce col padre a Bauru, nello stato di San Paolo, più a sud, nasce Pelé. Forse autonomamente, forse per un dileggio di un suo amichetto dovuto al forte accento mineiro, nasce l’unico giocatore della storia ad aver vinto 3 Mondiali.

Splendida foto di famiglia del 1958. In piedi, la mamma Maria Celeste Arantes; seduto a sinistra, il padre João Ramos do Nascimento guarda l’obiettivo con aria seducente. Le due figure poco visibili in primo piano potrebbero essere i fratelli minori Maria Lúcia e Jair (detto Zoca).

Tre come i cuori della sua città natale, Três Corações per l’appunto. Quelli che forse aveva lui mentre correva in campo. Oh, ma mica ci è andato a fare le comparsate ai Mondiali, lui.
Segna in tutte e 4 le edizioni cui partecipa: Svezia, Cile, Inghilterra, Messico. Dal 1958 al 1970, fa piangere per 12 volte i tifosi avversari. Solo un altro calciatore è riuscito nell’impresa di realizzare almeno una rete in quattro campionati del mondo, anzi è stato l’unico a realizzare almeno una doppietta in ognuno di essi: Uwe Seeler, 9 gol con la Germania. Le quattro edizioni furono proprio le stesse giocate da Pelé, e il gol-record ai Mondiali del ‘70 precedette di pochi minuti quello del brasiliano. Ma Seeler non ha Coppe del Mondo in bacheca.
Però, primo mistero, cos’è successo al Mondiale inglese del 1966 che ha impedito lo straordinario poker mondiale ai maestri brasiliani, e al Rei do Futebol?
Botte. Tante botte.
L’aggressività delle squadre incontrate e gli arbitraggi discussi (vedasi la finale vinta dai padroni di casa, loro unico titolo) portano Pelé a realizzare un solo gol, su punizione, il primo dei verdeoro nella competizione nel match d’esordio vinto contro la Bulgaria. Salta per infortunio la partita seguente persa dai suoi contro l’Ungheria e torna per l’ultimo match – e sottolineo il gergo boxistico – quando contro il Portogallo viene mazzolato definitivamente e si infortuna al piede destro, giocando praticamente due terzi di partita con l’altro solo piede a sua disposizione: le sostituzioni saranno ammesse alle fasi finali dei Mondiali solo dall’edizione successiva (chissà perché), così come il sistema dei cartellini giallo e rosso; l’espulsione era roba forte, evidentemente non abbastanza per l’arbitro McCabe. Nello stesso incontro/scontro il compianto Eusébio realizza una doppietta: fu lui la vera star del torneo, portando il Portogallo al terzo posto – suo più grande traguardo in carriera in nazionale – vincendo la classifica cannonieri (unica volta) con 9 reti e realizzando anche un poker (uno dei soli 6 nella storia dei Mondiali) a quella Corea del Nord che eliminò la nostra Italia nel girone grazie allo pseudo-dentista Pak Doo-Ik dando origine all’espressione idiomatica “È stata una COREA!” in riferimento a una brutta scottatura di qualche tipo – espressione rinverdita ai Mondiali del 2002 in riferimento alla Corea del SUD che ci buttò fuori ai supplementari degli ottavi grazie a un gol dell’italicamente foraggiato Ahn Jung-Hwan, giungendo addirittura quarta fra mille polemiche.
Per gli amanti dei film di Seagal, la partita integrale della Caccia a Pelé:

Il Brasile esce così alla fase a gironi, cosa mai più risuccessa, ma si rifarà con gli interessi in grandissimo stile quattro anni dopo, diventando l’unica nazionale di sempre ad aggiudicarsi un Mondiale vincendo TUTTE le partite a disposizione, qualificazioni comprese, e facendolo con un gioco e una squadra ricordati dai cronisti del tempo e confermati ex post da altre fonti come i migliori della storia del calcio. Schiantata in finale mamma Italia per 4-1 con Pelé che apre le danze e Carlos Alberto che le chiude, in mezzo Boninsegna che illude sull’1-1.
Fra gli altri – tantissimi – record che riguardano colui che trasformò il numero 10 in eccellenza calcistica, anche quelli piuttosto scioccanti di giocatore più giovane in un Mondiale a segnare, a 17 anni e 239 giorni, a fare una tripletta, 5 giorni dopo, e a giocare (e vincere) una finale, altri 5 giorni dopo nella partita dominata (dopo lo spavento iniziale targato Liedholm) contro i padroni di casa svedesi al loro miglior risultato di sempre. Per contro, il Mondiale del ’62 lo vinse piuttosto tardi: nel 2007, quando la Fifa decise di premiare con medaglie retroattive i calciatori che non poterono giocare le finali vinte dalle proprie squadre (pace all’anima dei defunti). Eh sì, in quell’anno c’era anche lui in Cile, ma dopo il gol al Messico nella prima partita si fece male tirando da lontano nella seconda uscita contro la Cecoslovacchia e dovette saltare tutte le altre gare (lasciando così il record di tre finali mondiali giocate in solitaria al Pendolino Cafu – l’unico uomo in grado di sorridere masticando una gomma per il 97% del suo tempo). Il sostituto fu Amarildo, che a cavallo fra gli anni ’60 e ‘70 arrivò anche in Italia e diede soprannome a mio padre, per il piede non certo bananiforme e per la carnagione non certo nordica.

Foto autografata di Amarildo. La firma di mio padre è un po’ diversa.

Ma c’è un altro mistero che riguarda la carriera di Pelé, e che mi ha spinto a scrivere questo speciale: non vinse mai la Coppa America.
Possibile che ci sia un fattore esterno paragonabile ai linciaggi del Mondiale inglese che gli abbia impedito di raggiungere questo traguardo? In effetti, ve ne sono stati svariati.
La Copa América è un torneo dalla storia incredibile e dalla cadenza irregolare, ed è proprio da un grande specialone che ho in preparazione da tempo (e spero di riuscire a completare prima che arrivi il meteorite che ci estinguerà) che la riguarda in gran parte che ho notato questa mancanza nella bacheca di Pelé. O Rei giocò in nazionale dal luglio del ’57 al luglio del ’71, finendo per esserne il miglior marcatore di sempre con 77 reti in 92 partite – Ronaldo è dietro a 62 in 98 partite, fermo bello grassoccio sulla sua poltrona da pokerista –, pertanto le edizioni che poté giocare furono quelle del 1957, 1959, 1963 e 1967. Dopo quest’ultima infatti ci fu un buco di otto anni: la competizione riprese nel 1975, quando assunse la denominazione che ha tuttora, sparì la tradizionale sede fissa e per la prima volta parteciparono tutte e dieci le nazionali della CONMEBOL.
Scartiamo subito la Coppa del ’57: si svolse in Perù da marzo ad aprile e Pelé non aveva ancora indossato la casacca ancora senza stellette della Seleção. Nel 1963 la competizione ebbe luogo in Bolivia: le inusuali altitudini a cui si svolgevano le partite e il prestigio che stava perdendo il torneo portarono a un disinteresse di svariate nazionali fra cui il Brasile, che presentò una squadra di giovani. Pelé di anni ne aveva 23, ma aveva già vinto due Mondiali con la nazionale maggiore: non fu del giro. La Bolivia poi si aggiudicò quell’edizione, curiosamente sotto la guida del brasiliano Danilo, nell’unico altro caso di allenatore vincente della Coppa di nazionalità differente dalla squadra allenata dopo l’inglese Jack Greenwell alla guida del Perù nel ’39. In Perù. Nel 1997 la Bolivia è poi tornata ad organizzare la Coppa, arrivando misteriosamente in finale. Nel 1967 il Brasile rinunciò definitivamente a partecipare (per l’ultima volta nella sua storia), per cui rimane la Coppa del 1959. In quell’anno furono giocate due edizioni, caso unico: la prima a marzo/aprile, la seconda a dicembre. Questa, tenutasi in Ecuador per celebrare l’inaugurazione di un nuovo stadio dove si giocarono tutte le partite, fu caratterizzata dalla presenza di molte nazionali sperimentali, fra cui la verdeoro: Pelé prese parte ovviamente alla prima edizione, quella argentina tenutasi all’Estadio Monumental della capitale, che fu quindi l’unica Coppa da lui giocata.
Manco a dirlo, finì capocannoniere con 8 gol e la sua squadra non perse una partita, pareggiandone due. Il pareggio di troppo (sempre marcato Pelé) fu probabilmente quello nella partita finale del torneo, contro l’Argentina padrona di casa, vincente di tutti gli altri incontri con almeno due gol di margine. Posto che il suolo amico aiuta sempre (vedasi appunto il Bolivia e lo stesso Brasile, 4 volte vincitore su 4 in casa), fu quindi l’Albiceleste la vera squadra in grado di fermare l’allora scatenato diciannovenne, con una formazione priva di nomi dalla grande eco, o che perlomeno non è giunta fino a questa epoca.

La formazione vincente nel ’59. Prima fila, da sinistra a destra: Guenzatti, Rodríguez, Corbatta, Nardiello, Callá, Brookes, Belén. Seconda fila: Lombardo, staff fra cui Spinetto, Della Torre e Barreiro (direttori tecnici, dal 4° al 6°), Pizzuti. Terza fila: Simeone, Murúa, Varacka, Griguol, Cardoso, Mouriño. Ultima fila: Griffa, Sosa, Negri, Bertoldi, Manfredini, Nuín, Cap.

C’è chi continua a dire che avendo giocato sempre in Brasile non possa essere definito il migliore di sempre, o che quello era un altro calcio. Io spero un giorno di trovare il tempo di vedermi delle sue partite intere (magari non quella che ho inserito poco sopra), ma penso che se tutti, TUTTI, cronisti passati e giornalisti presenti, testimoni e soprattutto COLLEGHI, contemporanei e non, hanno affermato che sia stato il più grande – servirebbe uno speciale solo per queste dichiarazioni – un motivo ci sarà. I numeri parzialmente esposti qui e il fatto che la sua nazionale, con lui e Garrincha in campo, non abbia mai perso una partita trasudano questo concetto. Ha incontrato molti dei più forti calciatori di sempre con il suo Brasile e li ha battuti. Certo, nei BRASILI in cui lui giocò erano presenti elementi straordinari a loro volta: lo stesso Garrincha, Rivelino, Tostão, Jairzinho, ma se in pratica ognuno di questi e degli sconfitti ha semplicemente ammesso la sua superiorità, vedi sopra.
Un altro mitico brasileiro gli fece un regalo speciale: 9 anni dopo il suo strepitoso non-gol con l’Uruguay, o gol que Pelé não fez, Zico portò a termine l’opera in un 1-7 del suo Flamengo al Niterói. O Galinho ne fece SEI in quella partita, con cospicua dose di rigori.

Nel luglio e marzo scorsi si sono spenti Djalma Santos e Hilderaldo Bellini, due grandi compagni di Pelé nelle vittorie dei primi due Mondiali. Non potranno vedere di persona se il Brasile riuscirà a vincere per la prima volta nella storia, dopo la tragedia del 1950, il Mondiale in casa.
Magari Dio concederà a Pelé questa fortuna, ma prima dovrà convincere tutti su chi dei due sia l’uno e chi l’altro…

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Ve l’hanno fatto a strisce!

L’oggetto, ovviamente, è il Campionato.
Prima la Roma: partenza a razzo con le ormai famosissime 10 vittorie iniziali consecutive, record per ogni formato della Serie A che supera di 1 quello della Juventus 2005-06. Un Signor record che durerà a lungo.
Poi la Juve: 11 dicasi 11 vittorie consecutive, demolizione di Napoli e Roma con tre pere a testa e serie ancora aperta. Record che già supera quello del club (1931-32!!) ed eguaglia quello assoluto della Roma stabilito proprio nel 2005-06.
Sì lo so bene, ci sono le 17 vittorie consecutive dell’Inter che arrivarono la stagione successiva, ma per quanto sia una striscia straordinaria e di tutto rispetto (la più lunga delle leghe top 5 europee) non ho mai sentito di considerarla un record pieno e pulito, per la semplice assenza della Juventus. A conferma di questo porto l’esempio dell’arcinoto Juve-Inter 9-1 del giugno ’61: in quella partita l’Inter schierò – per motivi che non sto qui a enucleare – la formazione Primavera, invitando così a nozze la parte più squisitamente argentina di Sívori che di gol ne fece 6. Ebbene quel match è ancora indicato come la vittoria con il maggior scarto in A della Juve, oltre alla seconda e ultima prestazione in assoluto con 6 marcature dello stesso giocatore (la prima per opera di…sempre lui, Silvio Piola, nel 1933), due record che non ho mai considerato pieni e puliti per la semplice assenza della vera Inter.
Le strisce di Roma e Juve portano anche i rispettivi portieri, sempre presenti nei match in questione, contemporaneamente nella top 10 dei più lunghi minutaggi d’imbattibilità della Serie A – come già segnalato nel precedente update – con 744 e 745 minuti rispettivamente, e Buffon che si appaia al Marchegiani laziale del 1997-98 al 6° posto. Quando ancora non ci deliziava con la sua balbuzie alla telecronaca.
La straordinarietà delle due strisce – e dei due gironi d’andata appena conclusi – delle compagini risiede anche e soprattutto nei gol subiti: 12 la Juve (2 nella striscia, il secondo alla 11^ partita), 10 la Roma (1 nella striscia), con rispettivamente 11 e 12 partite con 0 gol al passivo. Le 10 reti subite dai giallorossi sono record eguagliato per il girone d’andata a 20 squadre, per l’ennesimo incrocio statistico coi bianconeri del 2005-06, mentre la serie di vittorie consecutive senza subire reti dei bianconeri si è fermata a 8 partite (questa è forse la striscia più impressionante di tutte). I record per l’intera stagione a 20 squadre appartengono alla spettacolare prima Juve di Conte di 2 anni fa, che chiuse imbattuta con soli 20 gol subiti, 21 volte senza subirne alcuno. Per fare un confronto con la miglior difesa di sempre della Serie A in rapporto ai match giocati, quella del Cagliari scudettato (e non sculettato, come corregge Word) di Gigi Riva che chiuse con 11 reti al passivo e 20 volte a rete inviolata in 30 partite, dopo 19 gare i gol subiti erano 7, di cui 6 alla fine del girone d’andata. Ancor più ragguardevole è questo annus mirabilis delle strisce se si pensa che la Juventus abbia iniziato la sua subendo QUATTRO gol in DODICI minuti contro la Fiorentina – in una gara di quelle che se ne vedono una ogni 40/50 anni, così incredibilmente dominata fino al primo gol viola che ancora a Firenze stanno festeggiando – e che la Roma ne abbia subiti tre in una volta solo in un’occasione: proprio contro i bianconeri. Nei due filotti da 11 e 10 vittorie, Juve e Roma hanno segnato rispettivamente 30 (26 nelle prime 10) e 24 reti, ciò significa una media di 2,73 e 2,4 gol a partita.
La Juve però fa spavento per altri due motivi: reti totali segnate (46) e punti (52). Mai avrei pensato di rivedere un altro girone d’andata come quello della Juve 2005-06, in cui i bianconeri realizzarono lo stesso bottino ma con 41 reti, perlomeno non entro 10 anni da allora! I 46 gol a metà strada non rappresentano però un record: v’era un tempo in cui i gol arrivavano a crogiuoli, e responsabile principe di questi crogiuoli fu di certo tale Gunnar Nordahl, calciatore che avrei fortemente voluto veder giocare perché i numeri cui è legato sono, semplicemente, irreali (e non tirò praticamente mai rigori). Nella stagione a 20 squadre del 1950-51 Milan e Juventus chiusero il girone d’andata con 58 reti segnate, seguite dall’Inter con 51 che tuttavia era capolista. Lo Scudetto lo vinsero i rossoneri davanti a nerazzurri e bianconeri, Nordahl ne fece…34. Quella stagione è ricordata anche per l’ultima giornata: i gol totali delle squadre furono addirittura 54, un record ancora vigente e che rimarrà probabilmente fino all’arrivo della prossima razza colonizzatrice del pianeta. Le prime tre squadre realizzarono tutte oltre 100 gol, tuttavia il numero totale delle reti non superò quello della stagione precedente, ancora record assoluto della Serie A, di 1265.
Per quanto riguarda i 52 punti inutile dire che è la miglior prestazione di sempre per un girone qualunque formato della Serie A si prenda, con una media di 2,74 punti a partita. La Roma, dal canto suo, con 44 punti ha stabilito il record del club superando di 2 quello delle due annate 2006-07 e successiva.
Vorrei concludere esternando la mia soddisfazione nel veder premiati Cristiano Ronaldo e Pelé con il Pallone d’Oro: il primo, a inizio carriera francamente insopportabile e a tratti inutile, si è evoluto nel gioco e nel carattere in maniera tale da meritarsi appieno il premio (resta inspiegabile il secondo posto di Messi, che in finale neanche doveva arrivare e che insiste a vestirsi apparentemente senza ragionare), il secondo non aveva mai potuto vincerlo per questione di regolamento.
Magari faranno in tempo a inserirlo nel film!

Chissà se anche lui si è commosso, vedendo piangere O Rei…

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Milan: un virus?

Vado di frettissima per cui brevissimo articolissimo per esprimere costernazionissima.
4-0 al Sassuolo: prima volta nella storia che una squadra in Serie A vince 8 partite di seguito senza prendere gol, Buffon che entra nella top 10 delle serie di imbattibilità proprio a un ciuffo di minuti dalla serie di De Sanctis di quest’anno (7° e 8° posto), ma restano due grandi question mark.
Perché non possono farti una multa due turni fa che ci sono orde di bambini che gridano MERDA al portiere avversario, avallati dai genitori, e poi oggi le suddette orde di bambini (meglio indicabili come bambocci, termine ombrello che racchiude anche i genitori) tornano a Torino a riempire ancora l’aria di urla scatologiche. E non importa che per gli striscioni bolognesi che ci sono stati in mezzo, quelli antijuve, pesantini, non ci siano state sanzioni.
A questo punto è ufficiale che i tifosi della Juve stiano diventando essi stessi di quella materia di cui sono fatte le loro grida. Insomma: stanno diventando milanisti.
Spero che sia un virus natalizio, che arrivi una bella Multona di Natale, perché una delle squadre più forti della storia del calcio italiano com’è la Juve di Conte non si merita dei tifosi milanisti.
Ma la domanda vera e propria è: viste le condizioni del campo di Istanbul in cui è avvenuto il recupero della “partita” di Champions, qual è stato il senso di rigiocare in un terreno PEGGIORE di quello abbandonato la sera prima?
Ovviamente la qualificazione è stata persa all’andata con il gol-fotocopia avvenuto quasi al minuto-fotocopia, e altrettanto ovviamente il Galatasaray non arriverà da nessuna parte, ma sono anni che seguo il calcio e non ricordo una partita rimandata per essere rigiocata in condizioni peggiori. Ho la memoria corta?
In tutta franchezza: mai avuta.
Accetto anche smentite pubbliche, per carità, ma una cosa su cui non potete smentirmi è che sia morto Peter O’Toole, e quale sguardo se non il suo – o comunque uno dei 500 che lanciano i suoi occhi da Husky nelle tre ore e passa di Lawrence d’Arabia – potrebbe rappresentare più efficacemente le sensazioni espresse sopra?

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Golden Ass 9/11

Non è certo una gara di bellezza, la stagione dei concorsi partirà il 28 con Miss Mondo e nulla ha da spartire con l’attentato alle Torri, bensì il premio che Statisticazze conferisce oggi a coloro che in questo stesso nefasto giorno di 12 anni fa si seppero contraddistinguere per una dote che…ci vuole sempre nella vita.

Ma prima breve riassunto dei fatti: partono 4 aerei tutti dalla East Coast, ci sono svariati passeggeri dentro ma soprattutto un po’ di arabi parecchio arrabbiati con Cristo; detti arabi decidono di sfogarsi aiutati da cospicue falle del sistema di sicurezza americano e con sorprendente facilità prendono il controllo dei velivoli, mirando a costruzioni di pregevole valore ingegneristico oltreché economico-militar-socio-politico. I due voli partiti da Boston raggiungono il risultato più eclatante: l’American Airlines (AA) 11 e lo United Airlines (UA) 175 vanno a scegliersi rispettivamente la Torre Nord e Sud del World Trade Center – WTC1 e WTC2 del complesso – rispettivamente alle ore locali 08:46:30 e 09:03:02. Il secondo beneficia anche della diretta TV. L’AA77 si schianta contro il Pentagono una mezzoretta dopo, e passato un ulteriore simile lasso di tempo lo UA93 si sfracella in un campo in Pennsylvania. Sebbene si sia portati a pensare che il campo nascondesse segretissimi progetti militari, le indagini appurano in seguito che l’aereo era probabilmente diretto a Washington e che il suo dirottamento aveva subito un dirottamento: autori un manipolo di passeggeri con ragguardevoli attributi e grandioso senso del dovere. Le due torri collassano in ordine inverso alla ferita subita, WTC1 resiste fino alle 10:28:22 mentre WTC2 cede alle 9:58:59. Le strutture WTC3 e 7 sono interamente distrutte con il crollo, WTC4/6 subiscono danni tali da renderne necessaria la demolizione.
Al tempo il sottoscritto ha 14 anni e viene a sapere tutto giusto prima di una partita di calcetto, a bordo campo. Non ha mai sentito parlare di World Trade Center ma in seguito si rende conto d’averlo già visto qualche volta in foto e immaginato ricolmo di impiegati senza vertigini. È già affascinato da catastrofi ed eventi straordinari, ma questo è qualcosa di mai visto. Sicuramente mai in così bella mostra, in diretta, al centro del (nuovo) mondo. Più di ogni altra cosa, considerando tutte le ore di documenti analizzati a riguardo anche negli anni a seguire, gli rimarranno sempre in mente i 6 secondi visionabili qui di seguito dal minuto 22:54:

In USA si dice ridiculous. Perché anche adesso, scrivendo e pensando a quella manciata di secondi, al sottoscritto continua a nascere una sensazione dentro che è poco descrivibile ma è la stessa di quel giorno. Non è cambiato nulla, è come guardare una diretta ogni volta. E questa sensazione prende e stordisce con una facilità really ridiculous. A dirla tutta, a livello emotivo le registrazioni audio riescono a essere ancora più potenti delle immagini, e non è consigliabile con leggerezza l’ascolto della telefonata di Kevin Cosgrove, dal piano 105 della Torre Sud, per esempio, in particolare la fine.

Il bilancio totale del giorno più incredibile della storia (dis)umana moderna, inclusi i decessi dei 19 che lo concepirono ed esclusi quelli dovuti alle polveri che saturarono l’aria delle zone coinvolte e circostanti per i 5 mesi seguenti, è di 2996 vite interrotte. Di queste ne sono state identificate circa il 60% tramite le vestigia fisiche che continuano a saltar fuori più o meno malandate, come successo anche quest’anno, nonostante il test del DNA non sia sempre in grado di far progredire la penosa percentuale.
Un dato di fatto dell’evacuazione delle Torri è che sia stata un successo. Ci fu gran casino, fumo, crisi, eroi, martiri, ma la sostanza è che dai 110 piani dei due edifici quel giorno quasi tutti, a parte circa centocinquanta, riuscirono in un modo o nell’altro a tirarsi fuori prima del badabùm. Tutti quelli SOTTO. Ma quelli SOPRA?
Qui subentra il GOLDEN ASS 9/11, lo specialissimo premio conferito a coloro che riuscirono a salvarsi pur trovandosi, al momento dell’impatto degli aerei, al di sopra di essi o addirittura nella stessa zona. Sì, al momento dell’impatto, che non puoi farmi come Mike Dunn, che mi va per strada dal meeting del piano 92 della Torre Sud dopo che ha sentito che c’è qualcosa che non va, mi guarda in alto e mi vede un Boeing che si spappola esattamente a livello del suo ufficio una quindicina di piani più in basso di dove si trovava. Eh no Mike! Scorretto! E poi mica solo tu eh!
Per quanto riguarda la Torre Nord, l’aereo colpì i piani dal 93 al 99, rendendo inagibili tutte le vie di fuga delle persone al di sopra. Non vi sono infatti superstiti da quei livelli, tuttavia il Golden Ass 9/11 per questa torre va alla legione di 18 persone che riuscì a cavarsela pur trovandosi al piano 91. Novantuno! Tutti gli 11 impiegati presenti quel giorno al lavoro dei 22 della American Bureau of Shipping (ABS) e i 5 elettricisti che in quel momento si trovavano in quel piano infatti si sono salvati, rendendo il 91 un numero necessariamente da giocare al Lotto. Ah, peccato. Della cricca degli 11 della ABS val la pena menzionare George Sleigh: architetto navale britannico, 63 anni al tempo e cognome che letteralmente significa slitta (buon auspicio per un’evasione), costui è riuscito a salvare la pellaccia in ben DUE attentati alle Torri. Era presente infatti anche al furgone bombarolo del 26 febbraio ’93: certo allora lui lavorava al piano 101 e la bomba esplose nei sotterranei del centro, ma vuoi mettere quanto fa fico. E poi guardatelo qua, dopo 50 minuti di discesa: non è uguale a David Lynch?

A lui va il vero Golden Ass 9/11 della Torre Nord. Completa il quadro la vicenda di Gerry Wertz e Vanessa Lawrence, entrambi bloccati in ascensore al 91°. Il primo stava dirigendosi alla Marsh & McLennan, di cui era direttore degli acquisti, due piani sopra mentre la seconda era un’artista scozzese – nemmeno troppo comprensibile, a quanto afferma l’altro – che stava giusto scendendo al piano 91 dove lavorava. I due sono usciti appena in tempo per veder precipitare lungo la tromba dell’ascensore quest’ultimo. LOSH!
Torre Sud: l’aereo colpisce la zona compresa fra il piano 77 e l’85. Tutti morti lì? MACCHÉ!
Il Golden Ass 9/11 qui è veramente fragoroso per il fatto che l’aereo, delle tre presenti, lascia intatta la sola scala A, permettendo così di salvarsi a 3 dipendenti della Euro Brokers del piano 84 e uno della Fuji Bank del piano 81, oltre ad altri 14 nella cosiddetta sky lobby del piano 78: si tratta(va) di una zona di transizione (presente anche nell’altra torre e con una controparte ai piani 44) cui si accede nei grattacieli per poter usufruire degli ascensori locali e raggiungere così il piano desiderato, dopo aver sfruttato un più rapido ascensore di raccordo. In totale fanno quindi anche qui 18 supersiti dalle zone al livello dello schianto o superiori, cui va l’ambito premio. I 3 sopravvissuti record dell’84° sono Richard Fern, Ronald DiFrancesco e Brian Clark: Fern raggiunge per primo l’uscita, i due canadesi Clark e DiFrancesco si fermano all’81° per aiutare Stanley Praimnath, supplicante aiuto, agevolati dalla torcia di cui Clark dispone in quanto responsabile antincendio del suo settore. Stanley, originario della Guyana, si era rifugiato sotto la scrivania alla vista dell’aereo che gli veniva incontro. Di certo non roba di tutti i giorni. A questo punto lui e Clark procedono assieme fino all’uscita mentre DiFrancesco, terrorizzato dal fumo proveniente da sotto, SALE le scale preso dal panico raggiungendo addirittura il piano 91 (toh). Alla fine troverà la salvezza.
Praimnath ha rilasciato negli anni innumerevoli interviste sulla sua incredibile storia, la sagoma dell’aereo, la scrivania, la grande amicizia nata con Brian Clark. Questa è una, vale la pena dedicargli qualche minuto:

E ora, un minuto di silenzio per tutti gli altri.

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Statisticazze è vivo e lotta insieme a noi

Dove noi sta per Numeri Oltremodo Incasinati, presumo. Perché tutto avrei pensato meno che il presente aggiornamento avvenisse con rare note del primo giorno di Umbria Jazz che entrano dalla finestra – al momento, perché non so a quale ora della notte terminerà la stesura dell’articolo – e a torso nudo. Tutto ciò fa anche rivalutare il concetto stesso di aggiornamento visto che buona parte delle notizie qui fornite saranno ormai relative a eventi sommersi dal presente. Lo so che ci sarebbero state statisticazze interessantissime sulla Coppa delle Confederazioni, la Coppa Italia, il ranking della Colombia, i poker di Champions, il Chelsea e il Porto infartuali, Ferguson&Giggs, Wimbledon, il Roland Garros, le Finali NBA e quant’altro ma non ho avuto assolutamente tempo di organizzare i dati raccolti (e il terremoto dell’ultimo update non è il responsabile, né l’eruzione dell’Etna del 27 aprile), pertanto riporterò solo quelle promesse relative alla Serie A e un extra. Probabilmente in seguito mi limiterò alla pubblicazione di ricerche personali mirate tipo le precedenti su Messi, Mennea o il Papa. Vista la situazione vogliate dunque seguirmi all’inizio nel Magical Mystery Tour del CIMITERO DELLE STATISTICAZZE, vale a dire un becero crogiuolo di dati che potevano essere rilevanti mesi fa ma che sono ormai in semidecomposizione, obsoleto humus d’archivio. Iniziamo da là, oltre quella ringhiera arrugginita…proprio sotto quel ramo di cipresso a Y. Impietose, svariate erose lapidi ci fissano, lapidarie. Avvicinandoci si leggono distinte le date scavate sulle pietre: 3 maggio, momento in cui il giovane Giampaolo Pazzini aveva la media di un gol ogni 100 minuti ed era il migliore di quelli con almeno 10 reti; 7 aprile, quando il meno giovane Antonio Di Natale aveva quasi il 33% dei gol dell’Udinese dal suo arrivo al club nella stagione 2004/05; 29 aprile, il pelato Gökhan Inler aveva il maggior numero di gol da fuori area (6); 13 febbraio, l’argentino Gabriel Paletta aveva il maggior numero di tiri senza aver preso mai una volta la porta (12!); 19 marzo, il rastafariano Alessandro Diamanti guidava la classifica dei giocatori con più falli subiti con 120, e a fianco un’altra lapide con la stessa data raffigura il butterato Antonio Cassano e la sua statistica di 51 assist forniti dal 2007/2008, il migliore; 3 aprile, il palermitano Jasmin Kurtić era il giocatore con più tiri senza gol, ben 33. Sulla lapide, un paio di occhiali firmati Paletta. Vicino alle tristi pietre tombali, severe cappelle dedicate ad alcune casate. Un’enorme forma di parmigiano con su la data del 26 aprile ci ricorda che quella del Parma era l’unica in grado di realizzare tre reti nella prima mezz’ora di gioco; 28 aprile si intravede invece sotto un enorme Giglio, a indicare che la Fiorentina guidava la classifica dei gol nei primi tempi con 31, al tempo in cui il Torino era invece ultimo e non aveva realizzato nemmeno una rete nei primi 15 minuti, mentre la casata della Zebra ne aveva realizzate più negli ultimi 30; la stessa casata bianconera, come indica la data del 3 maggio, aveva subito solo 6 gol nei primi tempi; l’ultima effigie è quella del….Diavolo?? Cimitero strano. Le date sono quelle del 29 aprile, quando il Milan aveva stabilito il record di maggior numero di tiri in una partita nel 4-2 contro il Catania con 38, e del 7 maggio, momento in cui era la squadra con più gol negli ultimi 15 minuti (22). In effetti, l’immagine del demone denota due natiche particolarmente pronunciate. Essendo questo un aggiornamento, l’ultimo, particolarmente denso e pesante, anche in questo caso alcuni piccoli intervalli delizieranno i vostri palati. A partire dal pene casualmente disegnato su Marte dal rover Curiosity:

Riguardo alcune questioni aperte negli articoli precedenti, subito la (dura) constatazione che la vincente fra Juve e Bayern ha effettivamente vinto la Coppa dalle grandi orecchie. Precisazione poi sul ranking del Brasile: è vero che hanno toccato il loro minimo storico (22° posto il 6 giugno) ma hanno anche molte meno partite da giocare in quanto organizzatori del Mondiale! Si continua col solito Messi: alla fine i gol fuori casa in Liga sono diventati 24 con quello nel 2-2 di Bilbao, per cui è record in solitaria che rende l’autore al tempo stesso l’unico ad aver segnato in 14 stadi differenti in una Liga battendo i 13 di Dani Güiza del 2007/08. Ultimo fix: il Palermo, dopo la vittoria con la Roma, vince anche 1-3 con la Samp lasciando il mitico Troyes l’unica squadra senza vittorie esterne nelle 5 leghe top d’Europa…ma alla successiva trasferta a Rennes arriva il liberatorio 1-2. A festeggiare tutti a Troyes! Ora davvero la A, con la querelle relativa al miglior attacco: sempre in bilico fra Juve e Roma, alla fine se l’è aggiudicato il Napoli. I partenopei hanno chiuso infatti con 73 reti, seguiti addirittura dalla Fiorentina a 72 e bianconeri pari merito coi giallorossi a 71 (che poi sarebbero 68, vedi “Pesce d’aprile”). Hanno anche vinto la classifica dei gol in casa con 44, mentre la Juventus è comunque giunta prima per gol fuori casa con 35. Per chiudere coi dati relativi ai pizzaioli, Cavani (che proprio in questi giorni sembra possa trasferirsi al PSG, che non è il Ponte San Giovanni) ha chiuso la stagione, davanti Cassano e Vučinić, con un record di 8 pali colpiti. Col pallone, eh! Sempre a proposito di grandi giocatori e cominciando coi record più interessanti, Di Natale continua a stupire. No lui è ancora alto 1 metro e 70, ma continuano ad aumentare vertiginosamente i suoi gol: chiudendo l’anno a 23 reti è diventato il primo italiano a segnarne più di 20 per 4 anni consecutivi. Nelle ultime 5 stagioni di A ha realizzato 115 gol, davanti a lui nello stesso periodo si piazzano solamente Messi e Cronaldo nella Liga! Nello stesso lasso di tempo è inoltre il calciatore con più doppiette, ben 19. Anche Totò ha partecipato con una rete al Festival del Gol che si è tenuto a San Siro il 19 maggio scorso, quando l’Udinese battendo l’Inter per 2-5 – iniziale 1-2 che l’ha resa prima e unica partita dell’anno con 3 gol nei primi 15 minuti – ha ottenuto la sua striscia record all-time di 8 vittorie consecutive, seconda quest’anno solo a quella di 9 della Juventus stabilita proprio due giornate prima e che migliorava quella molto simile dell’anno scorso di 8, sempre in marcia trionfale di fine torneo. Ironicamente la migliore striscia era stata prima quella di 7 dell’Inter di inizio stagione, culminata con la prima sconfitta della Juve allo Juventus Stadium. Dopo quel match, le déluge. Il Festival ha infatti anche decretato la 16^ sconfitta stagionale per i nerazzurri, 7^ casalinga: sono record per i milanesi nella Serie A a 20 squadre, battute rispettivamente le 15 e 5 della stagione 1946/47. Prima di passare all’altra parte di Milano, due notevoli risultati di Catania e Gianluca Pegolo: i siciliani sbancano stracciando il precedente record di punti con 56, superando di 8 quello stabilito l’anno prima e continuando a migliorarlo ogni anno da 5 stagioni consecutive, mentre il portiere del Siena è l’unico calciatore ad aver giocato TUTTI i minuti della stagione, cioè 3420 (più recuperi)! Commovente, come del resto queste nozze:

Due cose si evincono dallo scatto: la moglie Elisabetta assomiglia vagamente a Clara Clayton di Ritorno al Futuro, lui si è ritirato da calciatore il 04/04/04. Milan: il girone di ritorno è caratterizzato indubbiamente dai continui favori che si perpetrano a ogni giornata (per una volta Moratti e Bonolis non parlavano a vanvera), culminati nella farsa finale di Siena, oltre che dall’unica sconfitta per mano della Juventus, sinistramente simile alla partita d’andata in quanto chi ha giocato forse meglio – addirittura nel primo tempo un minimo stagionale di 40% di possesso palla della Juve, nella noia più totale – ha perso con un rigore, con la piccola differenza che quello a favore del Milan era preso direttamente dall’Iperuranio. Mitica la coreografia dei tifosi juventini che espongono una mole di Mole guardata col binocolo da due calciatori nerazzurri e rossoneri. La sconfitta è l’unica da quando è arrivato in squadra Regalotelli (considerando la Champions, dove non poteva giocare, c’è stato il 4-0 di Barcellona), essendo stato quest’ultimo squalificato nel match di Torino inoltre il Milan deve ancora perdere con lui in campo. Inquietante contestualmente la metamorfosi di El Shaarawy: prima dell’arrivo del nero bresciano aveva letteralmente trainato il Milan realizzando 15 reti in 22 partite, dopo si è fermato a 1 su 15; con le sue 37 presenze è stato comunque il giocatore della rosa più utilizzato. Di questi 16 gol ben 11 sono arrivati in trasferta: come ogni buon Faraone ha pensato a conquistare le altrui terre. Con il gol al Pescara, invece, Mathieu Flamini si è portato a 4 reti nelle sue ultime 6 partite giocate, piuttosto anomalo pensando che ne aveva archiviate 3 nelle precedenti 90, mentre la bella Philippe Mexès ha avuto l’onore di segnare l’ultimo gol del Campionato che è stato anche il numero 1000, nonostante ufficialmente ne figurino 1003 per i soliti gol a tavolino di Cagliari-Roma. Il frustratissimo mister Allegri si potrà invece bullare questa estate per la sua percentuale di vittorie in A nelle tre stagioni al Milan che è la migliore dal 1952 (61% contro 64%), quando l’ungherese Lajos Czeizler lasciò la squadra che guidava dal ’49 dopo aver vinto uno Scudetto e una Coppa Latina: il toscanaccio ha uno Scudetto e una Supercoppa. Infine il dato sui calci di rigore: sono 49 a favore dei Diavoli negli ultimi 5 Campionati, record nelle leghe top d’Europa. Questo dato è sempre legato alla mole d’attacco che una squadra produce, ma la stagione appena terminata è stata veramente comica. Parli di Milan, parli di rigori, parli di Juve: sono 11 i tiri dagli 11 metri concessi alle due squadre, record nelle leghe top d’Europa assieme al Napoli, controtendenza con l’anno scorso per i bianconeri che se ne vedevano assegnare qualcuno (4) solo tramite lunghi ed elaborati riti voodoo. Di questi 11 ne sono stati convertiti 8 dai torinesi, uno meno del record del 2002/03. Vidal ne realizza 5, che sono metà del suo bottino da capocannoniere della squadra assieme a Mirko Vučinić: i due migliorano rispettivamente di 3 e 1 rispetto a un anno fa. L’immenso Pirlo in quanto a gol si ferma a 5 ma era dalla stagione 2003/04 che non ne realizzava tanti (6), oltre alle straordinarie prestazioni in generale; è inoltre al suo terzo Scudetto consecutivo considerando quello rossonero di due anni fa. SCIAPÓ. Quattro delle ultime cinque partite della Juventus hanno avuto qualcosa da dire, a partire dal derby col Torino vinto 0-2: il Toro non segna alla Juventus dal lontano 2002, vale a dire 8 partite che è la serie negativa più lunga della storia del derby. L’incontro fu il famosissimo 2-2 in cui Enzo Maresca faceva vedere a tutti come carica il toro, pareggio che seguiva l’altrettanto storica andata con rimonta da 3-0 in pieno stile Cuore Granata. Il Torino non vince inoltre la stracittadina da 14 match, 1-2 nella stagione 1994/95. L’incontro seguente contro il Palermo vinto per 1-0 ha assegnato invece il Tricolore alla Juve ma con la pecca della prima e unica espulsione bianconera di quest’anno in assoluto: Paul Pogba che tiene fede al suo soprannome e da bravo Polpo annacqua il malcapitato Aronica. Il Palermo aveva vinto 3 delle ultime 4 sfide a Torino. Le ultime due partite rovinano i piani su alcuni record che la Juve aveva l’occasione d’oro di raggiungere o superare: l’1-1 casalingo col Cagliari e il surreale gol di Ibarbo al 12’ (che si fa tutto il campo quasi indisturbato per poi insaccare), assieme al 3-2 di Genova con la Samp e l’osceno terzo gol di Icardi (che quasi la butta fuori a porta vuota) infatti fermano la Vecchia Signora a 27 vittorie (record di 28 nella stagione 1949/50), 87 punti (record, in seguito invalidato, di 91 nella stagione 2005/06) e al suddetto filotto di 9 vittorie (lontanissimo il record di 10 della stagione 1931/32). Viene anche cancellato il numero 0 alla voce gol subiti nei primi 15’ e la data del 29 novembre 2011, ultima volta in cui la squadra aveva subito 3 gol in trasferta (3-3 a Napoli). Le 3 reti subite dalla Samp sommate alle 2 dell’andata fanno, se non erro, 5: solo i doriani sono riusciti in quest’impresa, oltre ad essere gli unici non battuti dalla Juventus ma perfino ad averci vinto due volte! Solo il Bayern quest’anno aveva fatto il double coi bianconeri, e in Campionato c’era riuscito il Parma due stagioni fa. Oltre alle numerose occasioni sprecate dalla Juventus, l’assurdo dilaga alla luce del fatto che la Sampdoria non vinceva prima di questo exploit da ben 10 partite, addirittura da quando Icardi aveva realizzato il suo ultimo gol (1-0 al Parma). Peraltro contro la Samp i bianconeri hanno vinto ora UNA partita nelle ultime 10 giocate, un fragoroso 5-1 del 2009 che il sottoscritto nemmeno poté vedere perché il ricevitore dell’antenna parabolica decise di sgretolarsi. Prima di passare alle romane d’uopo segnalare i copiosi fischi piovuti addosso a lui nel prepartita della finale di Coppa Italia (clamorosamente il derby di Roma, vinto poi dalla Lazio 1-0): E in seguito ha anche annullato gli altri impegni nello Stivale! Ad ogni modo, visto che nell’1-1 del derby di ritorno della capitale è stato espulso Biava per somma di ammonizioni, con questo fanno 9 degli ultimi 10 Roma vs Lazio con almeno un’espulsione (ultimi 5 consecutivi), per un totale di 15 rossi. Sentitina! La Roma rimane inoltre imbattuta nei derby giocati dopo l’elezione di un nuovo papa (2 vittorie e 4 pareggi), e Totti con il rigore realizzato raggiunge i capocannonieri dei derby a 9 gol, vale a dire Dino Da Costa e Marco Delvecchio. Con la sua espulsione nello 0-0 contro il Milan il capitano diventa anche l’attaccante più espulso dal 2004 con 6 cartellini. Meno giallo che rosso, Francè! Il Chievo il 7 maggio riesce nell’impresa di non far andare a segno i romani in casa vincendo 0-1 all’Olimpico: non succedeva proprio dal 7 maggio 2011 contro il Milan (che si aggiudicò così lo Scudetto), cioè da 37 partite. Per una striscia più lunga bisogna tornare a quella di 45 stabilita fra il 1929 e il 1932! Riguardo la Lazio da segnalare l’epico pokerissimo di Miroslav Josef Klose – che ancora in Italia doveva fare una tripletta – nel 6-0 rifilato al Bologna: l’ultimo a realizzare una simile impresa fu curiosamente il bomber romanista Pruzzo nel febbraio 1986, in Roma-Avellino 5-1; nel nostro campionato solo Sivori e Piola riuscirono a farne 6 in una partita. Per ultimo, Vladimir Petković è l’unico mister straniero di questa Serie A, se escludiamo altrettanto curiosamente l’esonerato romanista Zdeněk Zeman, mentre l’anno passato era ancora un coach della Roma l’unico non italico (escludendo l’esonerato Siniša Mihajlović). Eccovelo nel suo massimo splendore:

Questa risata è la degna introduttrice dell’adorabile capitolo del calcio minore. Lo so che non è Serie A ma il Perugia l’ha fatta proprio grossa. E visto che quest’anno finalmente sono riuscito a vedere i Ceri non posso non menzionare la folle partita di ritorno delle semifinali di play-off, un thriller d’antan: al Curi i padroni di casa, in svantaggio dopo circa 120 secondi, nel finale fanno due gol in 5 minuti dopo che un genio del Pisa si fa espellere con due ammonizioni per simulazione, a 6 dalla fine con il 2-1 è finale. A 5 dalla fine NO! Perché arriva il 2-2 di Favasuli che manda il Perugia a casa. In B arrivano quindi Avellino (prima volta dalla neofondazione del 2010) e le debuttanti Latina, Trapani e Carpi. Nella serie cadetta invece il Sassuolo raggiunge ciò che meritava dall’anno scorso: la Serie A, grazie a un gol al 96’ di Missiroli contro il Livorno all’ultima giornata. Bastava un pareggio, ma i neroverdi avevano buttato via fin troppe occasioni nei turni precedenti. Per la gioia di Oliva, infine, la Sambenedettese torna in Lega Pro Seconda Divisione, ex Serie C2, grazie al primo posto nel Girone F di Serie D. Incredibilmente, nel girone D, anche la TUTTOCUOIO di Pisa è riuscita nell’impresa del primo posto e della prima storica promozione. Spero vivamente arrivi in A. PER CONCLUDERE (ebbene sì, sta per arrivare il termine di questa ODISSEA) arriva l’extra: alcuni risultati rilevanti di italiani all’estero. Come il giovane portiere sardo del PSG Salvatore Sirigu, che ha concluso la stagione con 23 partite sulle 33 giocate in Ligue 1 senza subire reti, record nelle leghe top d’Europa e ha anche vinto il campionato. O come Graziano Pellè, che stanco delle zanzare se ne va da Parma per fare quei 27 gol col Feyenoord risultando il miglior realizzatore italiano nelle 4 altre leghe top europee più la olandese dal 2000, superando le 24 reti di Toni al Bayern nella stagione 2007/08 ma non la hit che da lui generata fece furore. Da segnalare poi che nelle ultime 4 finali di FA Cup c’è stato un allenatore italiano in panchina e 3 volte ha anche vinto; 2 volte è stato il Mancio che però quest’anno ha ceduto al Wigan con un gol all’ultimo respiro, in una finale surreale dove la vincente è addirittura retrocessa in Premier (prima volta che accade e prima retrocessione della squadra da quando è in Premier, 2005). Nel rettilineo finale fanno capolino gli altri sport, come il tennis: al Master di Monte Carlo (ma se siete francesi badate bene a scrivere Monte-Carlo) Fognini raggiunge la semifinale e non vi si vedeva un italiano da Gaudenzi nel 1995, nel frattempo Nadal manca l’occasione – a mio parere temporaneamente – di diventare il primo tennista a vincere un torneo NOVE VOLTE, cedendo in finale 2 set a 0 al buon Djokovic. Per avere un’idea del dominio nadaliano di questo torneo e dell’impresa del serbo, solo nel 2005 e 2006 lo spagnolo aveva perso come stavolta due set IN TOTALE, ultime due edizioni in cui si giocava al meglio dei 5 peraltro, e in quella del 2005 uno dei due fu infatti il terzo set di finale contro Coria, perso incredibilmente 6-0. Il primo set della finale di quest’anno ha rischiato seriamente di finire allo stesso modo, ma il maiorchino poi 2 game se li è portati a casa. Solo una volta Nadal aveva perso un set 6-0 su terra prima del torneo 2005, nello stesso anno al torneo di Buenos Aires contro quel Gastón Gaudio che alla fine si aggiudicò il titolo, e solo una volta sarebbe successo in seguito, contro Re Roger alla finale del torneo di Amburgo del 2007, dove fu proprio il set decisivo. L’infinita massa di dati finisce con Marco Belinelli: quest’anno la marcia dei Chicago Bulls è terminata alle semifinali di conference contro i futuri campioni dei Miami Heat (protagonisti con San Antonio di una finale MEMORABILE), dopo un 4-3 infinito contro i Brooklyn (ex New Jersey) Nets, nella cui gara-4 ci sono anche stati TRE OVERTIME. La serie è terminata 4-1 ma il Beli è diventato comunque l’italiano ad aver raggiunto il massimo traguardo di sempre in NBA. Dalla regia difatti mi comunicano che dal 10 luglio se ne andrà nientepopodimeno che a…..SAN ANTONIO!

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Doppia coppia

Aggiornamento corposissimo dovuto alla cronica mancanza di tempo; vista la mole di informazioni ogni tanto vi verrà sottoposto un filmato o una immagine di forte impatto emozionale.
Tipo questa, che stamattina mi sveglio e dopo 5 minuti comincia a ballare la roba:

Che poi è stato aggiornato a 3,6 (scala Richter); anche in Cina c’è stato un ballonzolio, ma ancora stanno contando i morti. Tornando alle statisticazze, la notizia saliente ve la dò subito: la Juventus è fuori dalla Champions League, doppio 2-0 e unica squadra senza reti segnate nei quarti di finale, quando era stata l’unica agli ottavi a non prenderne. Con l’1-1 del PSG in Spagna i francesi hanno pure raggiunto per la prima volta la top 10 del ranking UEFA per club scalzando proprio le zebre (ma sono già tornati fuori). Esulando un attimo dai numeri, le due partite con il Bayern hanno denotato una differenza netta di due reti con la squadra tedesca, mettendo sulla bilancia possesso palla, colpi di fortuna e quant’altro. Colmare questo gap sarà l’obiettivo immediato, e mi fa ben sperare il fatto che nonostante tutto dei 4 gol presi dalla Juventus due derivino da clamorose papere di Buffon (una con deviazione degna di Holly & Benji e una con fuorigioco), uno da punizione inesistente (secondo gol di Benigni-Mandžukić al portiere juventino dopo quello agli Europei con la Croazia) e uno sia arrivato quando ormai era già tutto finito. Ciò significa che la difesa aveva comunque retto, e qualche piccola occasione per segnare c’è stata tanto che Vučinić, per esempio, è stato il giocatore con più tocchi in area di rigore della gara di ritorno nel primo tempo. Ma nessuno ha voglia di tirare in porta!
Ora subito un test per vedere se il metodo funziona:

Bene, sembra che stiate ancora leggendo. E dovreste anche esservi emozionati, altrimenti cambiate subito lettura. Dunque Juve: in Coppa l’imbattibilità di Buffon si è fermata così a 461 minuti e le vittorie di fila a 5 (record eguagliato del club), le partite europee in gol consecutive si stoppano a 10 e quelle da imbattuti a 18, che è la terza miglior striscia di sempre a pari merito (davanti solo le strisce da 20 e 21 di Juventus 1969-1972 e Ajax 1994-1996). La Vecchia Signora inoltre perde per la prima volta una sfida ai quarti di finale con una tedesca, perde la terza partita sulle 18 giocate in casa nella fase a eliminazione diretta e torna a perdere andata e ritorno in uno scontro di tale fase dal 2004, quando fu il Deportivo a infliggere un doppio 1-0. Come poi gentilmente segnalatomi da Giacomo, per la prima volta da quando è nata la Coppa dei Campioni un decennio che si conclude con il numero 3 non avrà come finalista Juventus o Milan. A proposito di questi ultimi, il 4-0 al Camp Nou rappresenta la quarta volta in cui i rossoneri ci deliziano con una sconfitta di 4 gol di margine in Coppa dei Campioni, e ben 3 volte è accaduto con squadre spagnole. Ovviamente a questo non si può non abbinare un buon vino: secondo un’indagine della Coldiretti gli italiani ne bevono 22,6 milioni di ettolitri l’anno, un minimo storico risalente al…1861!
Dicevo dei colpi di fortuna: il gol di Alaba all’andata dopo 23 secondi è il secondo più veloce della storia della fase a eliminazione diretta dopo i 10 secondi che impiegò Adam Sandler-Roy Makaay il 7 marzo 2007 contro il Real Madrid, sempre per il Bayern (gol che è anche il più veloce in assoluto). Tuttavia nello stesso match si sono registrati due record negativi: tiri subiti dai bianconeri (22) e percentuale di passaggi riusciti di Pirlo (70%), altra grande delusione dopo il portiere. La Juventus arrivava alla gara di andata con dati contrastanti: da un lato in 15 gare di Champions con squadre tedesche una sola volta non era riuscita a segnare (ma proprio con il Bayern in uno 0-0 a Monaco datato 2009) ma nei 6 precedenti con i bavaresi aveva realizzato solo 6 reti (e solo una nei primi 45 minuti). Le due squadre erano la miglior difesa (Juventus) contro il miglior attacco della Coppa, e i torinesi erano ancora imbattuti; la Juventus tuttavia aveva perso 7 delle ultime 8 trasferte di Coppa nella fase a eliminazione, che sono così diventate 8 su 9. Il Bayern non aveva mai concesso gol nei primi tempi dei 14 match di trasferta precedenti quello di Torino, e così è stato anche là, mentre la Juventus in casa non aveva mai pareggiato partite di Champions con squadre tedesche nei 7 precedenti (ora quindi sono 8 partite). Per chiudere, la statistica che vedeva l’ultima edizione di Champions senza inglesi nei quarti vinta dalla Juventus lascia ormai il tempo che trova.
Il tempo, concetto ben trattato in una delle opere che Mandžukić ama più leggere in pubblico nelle tv tedesche:

Contemporaneamente, guardaunpo’, in Europa League ci sono 3 inglesi ai quarti e non accadeva in questo torneo dal 1970/71: prendetevela col Rubin Kazan’, che non ha colto l’occasione di diventare la prima squadra a eliminare in una stessa stagione i detentori della competizione in questione, l’Atlético Madrid, e della Champions, il Chelsea. Questi ultimi, nei 10 anni di gestione Abramovič, hanno così raggiunto 7 volte le semifinali in competizioni europee come il Barcellona nello stesso periodo, le altre squadre arrivano massimo a 4. L’effetto SOLDI è ben rilevabile a confronto con le sole 5 semi raggiunte nella precedente cinquantina d’anni.
Avevo pronosticato vincente della Champions la vincente del quarto italotedesco, lo penso ancora nonostante ai crucchi sia toccato il Barcellona, che comunque è passato per i gol fuori casa (2-2 a Parigi). La sfida è suggestiva vista la futura destinazione teutonica dell’ex blaugrana Guardiola, e ancora più particolare è il fatto che – prima volta in Champions League con due tedesche fra le migliori quattro – le due semifinali coinvolgano pokeristicamente gli ex campioni di Spagna e Germania (Real Madrid e Borussia Dortmund) e i campioni venturi. In verità i catalani sono ancora in forse, ma con Messi che ha finito il GIRO delle squadre segnando anche al Celta e che se non si fosse infortunato in Champions avrebbe continuato ancora la sua striscia di 19 partite consecutive di Liga in gol, e che anche da infortunato è riuscito a incidere nella partita di ritorno col PSG entrando per la prima volta in carriera dalla panca in un incontro a eliminazione diretta della Coppa, non credo ci sia tanto da sperare per le inseguitrici. Ah già: questo tale ha anche eguagliato il record di Cronaldo dell’anno passato di 23 gol fuori casa in Liga ed è anche il primo nelle quattro principali leghe europee ad aver segnato almeno 42 reti in due stagioni consecutive. In Champions inoltre, col suo gol a Parigi, è riuscito a segnare in 20 città differenti superando il buon Raúl che a 19 si era stancato di andare in giro, e lo ha anche eguagliato coi suoi 10 gol ai quarti. Il Barcellona ha superato lo storico record del Real Madrid delle cinque semifinali consecutive di Coppa Campioni fra le stagioni 1955/56 e 1959/60 (le prime cinque edizioni, TUTTE VINTE e striscia ancora da battere; ci sono state solo le due triplette di Ajax e Bayern, in fila dal 1970/71 al 1975/76) salendo a sei, e non ha perso nessuno degli ultimi 17 scontri con squadre tedesche. Il Bayern però il campionato l’ha già vinto. Sì perché il 6 aprile ha chiuso i conti con un 1-0 a Francoforte, festeggiando per la settima volta di fila fuori casa (ma la birra c’è ugualmente) e battendo il record di precocità che era del Colonia laureatosi campione il 18 aprile 1964, anche se con meno partite e regola dei 2 punti che andrebbero valutati meglio.
Ah! Colonia! Come non soffermarsi su questo straordinario Carosello di fine anni ’50 sul profumo Colonia Ca’ D’Oro, guarda caso della Vidal, che in Germania ci ha pure giocato:

Degli altri due quarti, in Malaga-Borussia Dortmund da segnalare l’incredibile finale della partita di ritorno che dopo lo 0-0 in Spagna ha visto trionfare i tedeschi con DUE gol nei minuti di recupero per 3-2, mantenendoli quindi l’unica squadra ancora imbattuta della competizione e impedendo agli andalusi di stabilire un nuovo record: essendosi infatti posizionati trentesimi alla lista per i sorteggi dei gironi (terzultimi davanti Montpellier e Nordsjælland) avrebbero superato il Monaco del 2003/04 che giunse in semifinale da ventinovesima squadra. Per quanto riguarda invece Real Madrid-Galatasaray, si ferma a 6 la striscia di partite consecutive in Champions a segno per il turco Burak Yılmaz che eguaglia comunque il record vigente del francomarocchino Marouane Chamakh; non riescono inoltre i giallorossi a diventare la prima squadra turca a vincere in Spagna (3-0). Il Real Madrid riesce a non prendere gol dopo 11 partite nella Coppa (eguagliato il record negativo fra il 1998 e il 1999), anche se al ritorno ne ha subiti due in due minuti (3-2 finale con 3 gol turchi uno più bello dell’altro), mentre il vecchio Mourinho riesce a eguagliare il santone Alex Ferguson: sono gli unici due allenatori che hanno raggiunto le semifinali di Champions per sette volte, il portoghese con Porto, Chelsea, Inter e Real, lo scozzese con…no dai, dovete saperlo.
In caso non lo sapeste, forse per voi sarebbe meglio darvi alla politica e guardare il volto nuovo del neoPresidente della Repubblica:

Avrete quindi intuito che “neo” non è per la novità quanto per un accumulo di melanina. Perlomeno anche lui si merita una statisticazza: è il primo Presidente rieletto della Storia della Repubblica (per quel che conti la figura del Presidente!).
Lascio la Serie A per il prossimo aggiornamento e segnalo un ragguardevole traguardo raggiunto in NBA. Kevin Durant, in arte KD35, è entrato nella ristretta cerchia dei 50-40-90: vale a dire almeno 50% dei tiri realizzati dal campo, 40% da 3 e 90% dalla lunetta, con congruo numero di tentativi effettuati e partite giocate. Sono medie stagionali di regular season. In poche parole è un club che entrarci manco negli Archivi Vaticani. Erano solo in 5 finora: Mark Price, Reggie Miller, Dirk Nowitzki, Larry Bird due volte di fila e Steve Nash 4 volte in 5 stagioni (ultime 3 di fila). Ma Durant l’ha fatta grossa: è l’unico, assieme alla doppietta di Bird, a esserci riuscito con una media punti superiore a 25, avendo giocato anche più partite (81 contro le 74 e 76 di Bird). Paradossalmente, quest’anno non si è aggiudicato per la quarta volta consecutiva il titolo di miglior marcatore, a vantaggio di Carmelo Anthony. Sarebbe stato il primo 50-40-90 a riuscirci.

ILLEGALE!

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Pesce d’aprile

È quello che avranno pensato tutti gli appassionati di tennis il lunedì di Pasquetta, scoprendo che né Roger Federer né Rafael Nadal Parera figuravano nei primi due posti del ranking ATP, situazione instauratasi con la vittoria del Master di Miami da parte del novello numero 2 Andy Murray e mai verificatasi da novembre 2003?
No, rispondono gli appassionati di golf e di relazioni extraconiugali, il vero pesce d’aprile è in realtà un pesce di marzo perché il 25 Tiger Woods si è aggiudicato l’Arnold Palmer Invitational ed è tornato numero 1 della classifica mondiale! Per festeggiare, è andato a donne. Scherzo! A uomini.
Tre giorni dopo i pesci in faccia se li è presi il Sydney FC, che all’ultima giornata di A-League non è riuscito a qualificarsi per i playoff in maniera piuttosto beffarda (pari merito con quegli asociali del Perth Glory che sono l’unica squadra della costa ovest australiana), anche se al turno precedente si era preso la soddisfazione di interrompere con un 1-1 la striscia record stagionale di 10 vittorie consecutive dei cugini del Sydney Wanderers.
Atterrando in Europa si scopre che la nostra Nazionale a Ginevra è tornata a brillare nella spettacolare amichevole col Brasile terminata 2-2, rimontando l’immeritato doppio svantaggio parziale. Gli Azzurri tornano quindi al gol da quell’altrettanto spettacolare 3-3 del Torneo di Francia, che resta tuttora il match con più reti fra le due squadre. Il Brasile – unica squadra ad aver vinto due finali mondiali contro lo stesso avversario, vale a dire NOI – aveva subito una rimonta simile nel 1999 in un’altra amichevole giocata in casa contro l’Olanda. Il seguente 1-1 a Wembley contro la Russia di Capello (mister che non perde da 17 match internazionali!) porta però le partite verdeoro consecutive senza vittorie a 5: per trovare una serie simile bisogna tornare alle 6 del 2001. Nel nuovo secolo da segnalare anche l’anomalia dei 5 soli match giocati dai brasileiri a Rio contro i 12 a Londra. Magari ai futuri Mondiali al posto degli integratori ai giocatori sarà garantita una fornitura perpetua di Twinings.
Italia ricolma di juventini (5 titolari) come da tradizione, tanto che dal 1970 a questa amichevole 8 degli 11 gol italiani ai carioca sono stati bianconeri. De Rossi ha realizzato il primo gol nella sfida e si porta così a 4 gol in 6 partite di nazionale, piuttosto incredibile considerando gli 0 gol in 21 partite con la Roma. L’altra rete è una prodezza di Regalotelli (ancora rigori comici per lui in Serie A ed espulsioni alla Benny Hill come quella di Candreva), che si è ripetuto cinque giorni dopo a Malta realizzando la doppietta decisiva, stavolta match di qualificazione; continua a viaggiare a un gol a partita da quando è al Milan, considerando anche la Nazionale sono 10 gol in 10 presenze (eguagliato Sheva con 7 gol nelle prime 6 partite)! Buffon ha invece celebrato la presenza numero 126 proprio contro i maltesi, -10 dal recordman Cannavaro, raggiungendo Maldini e parando anche un rigore. Pertanto Maldini resta dietro in quanto non ha parato rigori. Nota positiva finale: l’Italia non perde una gara di qualificazione europea o mondiale da un 3-1 contro la Francia del settembre 2006.
In Serie A da fare subito due chiarimenti entrambi a tema Roma: 1) Francesco Totti con il secondo gol del 2-0 al Parma è sì secondo nella classifica dei marcatori di Serie A (e quasi certamente tale rimarrà a fine carriera), ma è già primo per reti segnate con la stessa squadra, vale a dire tutte le 226; 2) i continui sorpassi e controsorpassi per il miglior attacco fra Juventus e Roma tengono sempre conto dei 3 gol dati a tavolino a questi ultimi per il match contro il Cagliari non (ancora?) giocato, per cui attualmente per esempio è la Juventus ad aver effettivamente realizzato più gol (59 contro 57 dei romani).
Il Palermo, o meglio il suo pazzo pazzo pazzo presidente Maurizio Zamparini, eguaglia un singolare record della Serie A: 4 passaggi di consegne per guidare la squadra, e ancora la stagione non è finita! Nello specifico si sono alternati in una palindromica estasi – del resto anche STATS è palindromo – Giuseppe Sannino, Gian Piero Gasperini, Alberto Malesani, Gian Piero Gasperini (dimesso con l’amministratore delegato Pietro Lo Monaco sostituito da Giorgio Perinetti, in precedenza sostituzione a parti invertite) e Giuseppe Sannino: ironicamente la squadra che in passato chiuse con 4 passaggi fu proprio il Palermo nel Campionato 53/54 (per un totale di 6 allenatori e un direttore tecnico). La stagione in cui ci furono meno avvicendamenti in assoluto fu invece il Campionato 71/72, con un solo cambio per Mantova e Varese. Il Palermo torna inoltre alla vittoria (con la Roma) dopo ben 15 giornate, l’ultima striscia simile risale alla stagione 72/73 quando furono 19 le partite di fila senza vittoria: quell’anno il Palermo finì per retrocedere. Come allora, i rosanero non hanno nessuna vittoria esterna: sono l’unica squadra della serie A e assieme al Troyes l’unica in Europa a non aver ancora vinto fuori.
Fuori, già, come quel tizio che ha dato al manichino interista Cambiasso UN TURNO di squalifica dopo questa cosa:

Giuro che il nerazzurro è Cambiasso, non per le precedenti 277 partite all’Inter senza espulsioni ma perché dall’immagine sembra più Joseph “John” Merrick. Ad ogni modo Stramaccioni con la sconfitta per 1-2 contro la Juventus perde per la prima volta due partite consecutive in Campionato. Quagliarella invece col suo gollonzo nel Derby d’Italia può dire ora di aver segnato in carriera a tutte le attuali squadre di Serie A. Nelle precedenti partite di Campionato da segnalare il quinto gol allo scadere della Juve in A (by Giaccherini, record alla partita col Catania), di cui 4 decisivi, e i 43 secondi passati fra le due ammonizioni di Ciani per due falli ai danni di Barreto in Torino-Lazio (chissà perché Perez in Bologna-Juventus per una situazione simile ha ricevuto solo il primo!). Ragguardevole dato che evidenzia in maniera schiacciante l’inutilità di Giovinco: al 20 marzo era recordman per palle toccate in area in A con 167.
Cosa poi ne abbia fatto, non si sa!

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